si apre con CHIAMARLA V il 4/5/6 novembre a Roma TRITTICO

TRITTICO- primo spettacolo CHIAMARLA V

TRITTICO- primo spettacolo CHIAMARLA V      

#DONNE #AMBIENTE #LAVORO queste le tematiche dei tre spettacoli che compongono Trittico, per ridere e per riflettere, perchè si può riflettere anche divertendosi!! si comincia dalle DONNE con #chiamarlaV il 4/5/6 di novembre al Teatro Le Sedie

CON #danielagiordano e #danilamassimi

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TRITTICO in scena a Roma dal 4 novembre

Trittico con Daniela Giordano e Danila Massimi

Trittico con Daniela Giordano e Danila Massimi

TRITTICO raccoglie e propone 3 imperdibili spettacoli del duo Giordano-Massimi, CHIAMARLA V, DI CHI E’ LA TERRA?, PANE E CORAGGIO, su altrettante tematiche importanti: donne, ambiente, lavoro.

La collaborazione tra le due formidabili artiste multidisciplinari Daniela Giordano e Danila Massimi è iniziata nel 2013, quasi per gioco, ed è diventata sempre più negli anni una realtà di sorprendente ricerca espressiva. Entrambe utilizzando il canto, la musica, il ritmo, la poesia, la parola, affrontano con acuta intelligenza, graffiante ironia ed emozionante vibrazione poetica, sintesi tematiche importanti e scottanti che riguardano i diritti umani e dell’ambiente.

dal 4 al 27 novembre a Roma al Teatro Club Le Sedie, Roma – prenotazioni tel.320 1949821

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LA SCELTA DEL TEMPO

Teatro Le Sedie, Roma, dal 28 al 31 gennaio 2016 Vicolo del Labaro 7- tel. 3201949821

LA SCELTA DEL TEMPO

Di Daniela Giordano

Da un’idea di Guido Giordano

Con

Daniela Giordano e Laura Mazzi

e

Chorus Familiae : Silvia Castorina, Donatella Giordano, Guido Giordano, Gabriele Scognamiglio,        Veronica Scognamiglio,  Anna Giordano

Regia  Daniela Giordano

Direzione del Coro Emanuele Levi Mortera

Scene Erika Cellini

Aiuto regia Benedetta Rescigno

Amministrazione Alessandro Manciocchi

Ufficio Stampa Rocchina Ceglia

Una produzione CRTscenamadre con il contributo di Nuovo IMAIE

In collaborazione con AlcantaraTeatro

LA SCELTA DEL TEMPO

LA SCELTA DEL TEMPO

 

Ultima opera drammaturgica di Daniela Giordano che riunisce insieme sulla scena, incredibilmente, tutta la sua famiglia. Un grido contro la guerra. e un atto d’amore e gratitudine per la sua famiglia. La guerra si aborre, la guerra si condanna, la guerra ci fa paura, eppure  non la si evita.  Di fronte alle immani catastrofi che ogni conflitto reca con sé, giuriamo sempre “mai più!”, eppure  c’è sempre la volta dopo.  Non siamo noi a decidere, ci diciamo, sono le circostanze. Ma sarà vero? Davvero non abbiamo nessuna parte nella decisione? A cent’anni dall’inizio della Prima Guerra Mondiale, passando per una Seconda Guerra Mondiale, la tragedia di Hiroshima e Nagasaki, la guerra del Vietnam, dei Balcani, dell’Afganistan , dell’Iraq, della Siria, gli attacchi a Parigi, e gli innumerevoli altri conflitti,  guardando il nostro presente e il nostro passato, siamo davvero sicuri che in noi non ci sia neanche in piccola parte un germe di guerra? Ma soprattutto, la Pace, cos’è? E se ognuno di noi, individualmente, scegliesse di non rispondere all’appello, di gettare via il fucile, di creare anche quando sembra impossibile occasioni di dialogo che tengano conto di un destino più alto, quello dell’umanità, nel quale ognuno di noi è compreso? Un atto privato, lontano dagli onori della cronaca, una somma di azioni quotidiane, di scelte personali mai facili quando siamo oppressi dalle circostanze. La scelta del tempo è uno spettacolo costruito in quadri sulla guerra dove la guerra non c’è, ci sono i momenti prima, i momenti dopo, madri, spose, figlie, che offrono un punto di vista diverso. Esiste un punto di vista differente, che possa essere necessario a un cambio di atteggiamento interiore?  Forse, sì.  La scelta del tempo è una famiglia di tre generazioni, che si mette a nudo in scena, con la sua tradizione intima di canti alpini, unita in un coro che segna quanto amara e banale sia la guerra. Tutte le guerre.  La guerra è banale. La vita, no, è una cosa seria.

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Daniela Giordano, attrice, regista e direttrice artistica di Festa d’Africa ci racconta in un’intervista di Orpheus, il suo ultimo spettacolo

http://www.vogue.it/vogue-black/the-black-blog/2011/10/daniela-giordano

di Cristina Ali Farah

Attrice di teatro, cinema e televisione, regista, autrice, Daniela Giordano è l’ideatrice e direttrice artistica di Festa d’Africa, Festival Internazionale delle Culture dell’Africa Contemporanea. Orpheus, spettacolo da lei scritto, diretto e interpretato, con danza e coreografie di Lamine Dabo e musiche composte ed eseguite dal vivo da Ismaila Mbaye e Gijbril Gningue, è in scena a Roma in questi giorni.

Qual è il tuo rapporto con il mito di Orfeo?

“Il mito di Orfeo ha attraversato tutta la mia vita, mi ha sempre affascinata da quando ero bambina. L’amore che ha il potere di sconfiggere la morte, la musica e quindi l’arte che avvicinano l’essere umano agli dei, mi facevano fantasticare di assoluto. Poi vidi in televisione l’Orfeo negro di Marcel Camus. Fui stregata dalla magia e dall’ambientazione della storia nel carnevale di Rio de Janeiro, l’amore, il dolore, la ricerca, la morte, il caos, dove figure infernali, (simbolicamente maschere di un carnevale) si mescolavano a esseri umani”.

Il tuo processo creativo, la riscrittura del mito, come è avvenuta?

“Scrissi Orpheus nel 2004, in una settimana credo o in una notte. Fu un gesto liberatorio. Dovevo riflettere sull’amore, la morte e sulla natura del divino. Vicende personali mi stavano lacerando, la morte di mio padre e la separazione dal mio compagno, avevo bisogno di mettere ordine nei miei sentimenti. Orpheus mi è venuto incontro per la via. Cosa non aveva capito l’eroe del mito? Lui che, col suo canto e il suo dolore, aveva ricevuto un dono unico dagli dei, quello di scendere vivo nell’Ade per riprendersi la vita della amata, la sua metà”.

Cosa è che rende nero questo Orfeo?

“L’Africa in tutti questi anni, di teatro, di scambi, di amici, di viaggi, di studi, mi ha insegnato molte cose. La pazienza, il sorriso, l’ascolto, il rapporto privilegiato con il dolore. Sono stati i luoghi della terra nei quali ho percepito la natura del divino. Per questo Orpheus è nato africano. Non avevo altro luogo dove poter immaginare un essere umano in marcia per trovare l’amore perduto, che poi coincide con il ritrovamento del sé, mentre la natura gli parla e si trasforma”.

Nello spazio del palco sei in continua relazione con i musicisti e il danzatore. Mi dici qualcosa su questo? Come siete riusciti a combinare i movimenti della danza con le parole e la musica?

“La ricerca espressiva nelle mie creazioni in teatro, si è sempre orientata alla contaminazione tra le arti e i generi. Il ritmo è tutto. Parto sempre da lì, per questo spesso i miei testi hanno una metrica. Con tutti gli artisti coinvolti nel progetto, ci conosciamo da tanti anni e abbiamo lavorato insieme molte volte, grazie a Festa d’Africa Festival. Chiesi a Lamine Dabo se se la sentiva di tornare a danzare per me: è uno dei migliori danzatori che abbia mai visto, eppure ha rischiato di perdere le gambe in un incidente, i medici gli avevano diagnosticato l’impossibilità a tornare a camminare, figuriamoci a ballare. Conosceva il viaggio all’inferno, lui c’era stato e poteva raccontare il corpo di Orpheus. Ismaila Mbaye e Djibril Gningue sono due sciamani, si divertono a suonare ma non perdono mai il contatto con ciò che li circonda, sono in perenne comunione con il cosmo e tutti i suoi abitanti. Formata compagnia ci siamo messi all’opera, ma potrei dire meglio, ci siamo messi in totale ascolto uno dell’altro. Così è nato questo Orpheus, dai molti linguaggi visivi e sonori, creando nuovi equilibri e nuove armonie policrome. Ogni volta che ci ritroviamo su un palco a raccontare Orpheus si ricrea questa magia”.

Cristina Ali Farah

Pubblicato: 31 ottobre 2011

 

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I MISTERI D’AFRICA A ROMA SE ORFEO SIAMO NOI di Maurizio Bonanni

L’OPINIONE delle LIbertà- quotidiano- Società E Cultura-16 Settembre 2011 –

Al Teatro di palazzo Santa Chiara, a due passi dal Pantheon, rivivono i miti classici, nelle esotiche atmosfere delle terre d’Africa. Daniela Giordano, attrice autrice e regista dello spettacolo “Orpheus”, nonché direttrice del Festa d’Africa Festival (“esportato” in tutto il mondo, con ampia soddisfazione delle etnie e delle razze più disparate) ha danzato, recitato e qualche volta cantato il mito rivisitato di Orfeo, il cantore dal volto umano che incantava e intratteneva gli dei con la sua voce. Certo, la “torsione” di scopo è stata da subito evidente, con Orfeo che si perde lungo la strada del ritorno, trasportandola in una barca “kajak”, la sua sposa fresca di nozze e, mentre il volgo agita il venticello della calunnia, parlando di uxoricidio, lui prepara la sua fede incrollabile, per tracciare il suo cammino discendente, verso un luogo da sempre definito come quello del non ritorno. Ad accompagnarlo è la luce della sua fede, cangiante come un’aurora boreale, in cui si intrecciano gli odori e gli umori della cosa misteriosa, miscelati dalla voce della Giordano, che estrae da un paravento luminoso e trasparente lo spirito del tempo, impersonato da un ballerino africano la cui storia personale è già di per sé un ritorno dall’Ade, in cui il moto di avvitamento verso l’alto, fuori dal cono fumante del vulcano, è frutto della pura volontà e della follia dell’umano osare oltre ogni proprio limite. Questo, in fondo, è anche il messaggio primordiale di Orfeo, che si scontra con la sua anima maschile che cerca fuori di se stessa il segreto dell’amore puro, che sta invece tutto chiuso al suo interno, come solo le donne sanno bene. E così la luce guizza su per l’erte scale, passo dopo passo, follia dopo follia. La danza si fa animale, con ombre cinesi e volumi che impersonano la dea della caccia, con le membra protese verso l’odore della preda. A volte, il corpo scuro semplicemente si tende elasticamente, in una danza nuziale avvolgente e struggente, fino alla totale compenetrazione, nel finale, tra la voce narrante femminile e l’essere duale maschile. L’aria della scena tutt’intorno gronda sensualità, come nell’attimo in cui lo sposalizio si consuma tra lenzuola immacolate, che debbono essere, una volta contaminate dal sangue virginale, mostrate al drago della curiosità morbosa, pronto a scatenare, in caso di una delusione, tutta la sua lussuria verbale, a sublimazione di un atto tanto desiderato quanto proibito a chiunque, tranne che al legittimo sposo. Ed ecco che, nel racconto della Giordano, Orfeo è condotto a rivivere, per meglio capire se stesso, i giochi d’infanzia, l’educazione paterna racchiusa in una sfera che rotola educata tra la mano del ballerino, sempre disteso come una corda ben stirata di violino, e quella della Giordano che, girando le spalle al pubblico, lascia grande spazio ai gesti, alla musica, ai suoni, davvero straordinari, di strumenti a noi del tutto sconosciuti, manipolati da un suonatore di tamburi che sviluppa in un quieto trance le sue percussioni ritmate. La Giordano, però, si rifiuta di assecondare il mito (laddove gli dei restituiscono Euridice a Orfeo e la lasciano andare con lui, a patto che l’eroe non si giri mai a guardarla, prima di aver abbandonato il territorio dell’Ade. Orfeo non resiste, si gira e la perde per l’eternità), descrivendo la gioia del marito e dei suoi parenti, quando Euridice giace nel letto nuziale come ogni sposa che si rispetti. La cosa più straordinaria, però, è che Orfheus, recitato in italiano, sia stato portato ai quattro angoli del mondo e “compreso” da tutti, qualunque fosse la loro lingua d’origine. Già, perché c’è qualcosa d’altro che crea l’universalità nelle cose e che trascende le parole, i mille vocabolari della terra. I misteri d’Africa, le armonie magiche delle voci, dei tamburi e della danza rendono visibile il misterioso, facendo dell’alieno un autoctono, in base ad un codice tutto da scoprire e che il teatro, i dialoghi, le tonalità e i gesti della Giordano e dei suoi attori/artisti ripercorrono fedelmente, senza trascurare alcun nesso tra le cose e i significati. Davvero una formidabile rivisitazione del classico, che tratta il teatro borghese come il serpente della mela nel paradiso terrestre!

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Orpheus di Daniela Giordano torna a Roma!!!

Orpheus 2011 a Roma ORPHEUS
Dal 6 all’11 settembre torna sulla scena romana, dopo due anni di successi internazionali, l’Orpheus di Daniela     Giordano,    ultimo appuntamento nel ricco cartellone del festival musicale del Teatro Palazzo Santa Chiara.

Uno spettacolo di musica, parola e movimento che partendo dal mito classico, realizza, nella scrittura e nella messa in scena di Daniela Giordano, una sublime sintesi di linguaggi visivi e sonori.

Una riflessione sul contemporaneo e sulla realtà multietnica che ha trasformato la nostra società. Lo spettacolo unisce e utilizza differenti codici culturali dall’ Europa all’Africa, dalla poesia al teatro, dalla musica alla danza, sottolineando le convergenze che mettono in evidenza l’interdipendenza tra diverse culture.
Orpheus propone un nuovo linguaggio teatrale che coniuga e armonizza suggestioni e saperi della cultura europea e della cultura africana, attraverso la danza, il teatro e la musica.
Insieme a Daniela Giordano in scena: il danzatore senegalese Lamine Dabo con le musiche dal vivo eseguite da Ismaila Mbaye, djembè e tama, e Djibril Gningue , canto e kora.
Lo spettacolo è prodotto da CRTscenamadre e Festad’AfricaFestival Internazionale delle culture dell’Africa Contemporanea 2011- X edizione.

Dice la Giordano su Orpheus: “ E’ uno spettacolo sull’Amore. Orpheus perde la sua donna perché ha perso l’amore. Ma lei conosce il suo smarrimento,e lo guiderà fino a ritrovare se stesso e l’amore perduto. Una bella favola contemporanea, insomma, con un lieto fine. La musica è fondamentale nel mio teatro, così come l’immagine, la parola e il movimento. Gli ultimi 15 anni della mia carriera artistica si sono molto legati all’Africa. Realizzare questo spettacolo, mettendo in relazione e mescolando la nostra cultura a quella africana, è la sintesi del mio percorso e della mia ricerca artistica.”

Lo spettacolo dopo Roma, sarà al Teatro Nazionale di Algeri , in Algeria, e al Festival di Teatro di Cartagine , in Tunisia.

Teatro Palazzo Santa Chiara . Piazza Santa Chiara 14, Roma, ( zona Pantheon)

prenotazioni e informazioni

info@palazzosantachiara.it

 

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Mercoledì 22 e 29 terza e quarta parte di “Le cose che restano” di Tavarelli, ore 21, RAIUNO

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Intervista a Daniela di Nourdine Betayb per tunisian press

stampa tunisina

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Un Orpheus contemporaneo in Egitto

Orpheus scritto, diretto e interpretato da Daniela Giordano

Teatro: un Orpheus contemporaneo in Egitto/ dalla Home page del Ministero degli Affari Esteri

08 Ottobre 2010
L’Orpheus scritto e diretto da Daniela Giordano, con le coreografie di Lamine Dabo, vola in Egitto dal 10 al 20 ottobre 2010. La compagnia è stata scelta a rappresentare l’Italia nel cartellone della XXII edizione del Festival Internazionale del Teatro Sperimentale al Cairo, che offre più di 60 spettacoli provenienti da tutte le nazioni del mondo. Lo spettacolo è stato inserito dall’Istituto Italiano di Cultura del Cairo fra le manifestazioni previste per celebrare la Settimana della Lingua Italiana nel Mondo.Partendo dal mito classico,l’Orpheus contemporaneo di Daniela Giordano, utilizza differenti codici culturali dall’Europa all’Africa, dalla poesia al teatro, dalla musica alla danza,mettendo in evidenza non solo l’interdipendenza tra diverse culture, ma raccontando anche come le nostre società si stanno trasformando. Sulla scena, insieme a Daniela Giordano e Lamine Dabo, Gjibril Gningue alla Kora e una preziosa new entry: il grande percussionista Sena MBaye.L’Orpheus ha debuttato a Roma nel settembre 2009 nell’ambito dell’XIII edizione del Festa d’Africa Festival di cui è direttrice Daniela Giordano e continua, con successo, la tournèe nazionale e internazionale. E anche la IX edizione del festival, appena conclusa, ha ottenuto un successo straordinario sia per il pubblico che per la stampa nazionale e internazionale ed ha avuto prestigiosi patrocini, nazionali ed internazionali, tra cui anche quello del MAE.

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La Cultura della Diversità di Maurizio Bonanni/L’Opinione

Al Teatro Palladium, nel cuore della Garbatella, quartiere popolare modello del periodo del Ventennio, sul tema: “Diversità culturale, un bene per tutti”, si è svolta dal 15 al 18 settembre, la nona edizione della “Festa d’Africa-Festival internazionale delle culture dell’Africa contemporanea”. La manifestazione è stata promossa e organizzata dal “Centro Ricerche Teatrali scena Madre”, diretto da Daniela Giordano, attrice e regista. Alla realizzazione hanno assicurato il loro concreto sostegno l’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma e l’Università  “La Sapienza” – Dipartimento di Lingue per le Politiche Pubbliche. Ha aderito, altresì, la Presidenza della Repubblica con il suo Premio di Rappresentanza. Per il patrocinio, si citano: il Senato della Repubblica; la Camera dei Deputati; i Ministeri degli Affari Esteri, dei Beni Culturali, e delle Pari Opportunità; la Commissione italiana per l’Unesco; le Ambasciate di Tunisia e Senegal. Come si vede, quindi, la cultura della diversità rappresenta qualcosa di più di una semplice dichiarazione di intenti. Quasi una piccola.. Onu! Già, perché le idee, come si sa, camminano -solo ed esclusivamente- sulle gambe e “attraverso” le anime degli uomini (in questo caso, di una donna “illuminata”, come Daniela Giordano!).

In particolare, sull’onda dell’equazione “diversità x diversità”, il 17 settembre la compagnia “Divano Orientale Occidentale” ha presentato lo spettacolo teatrale “Ammaliata”, definita come (lett.) una “orchestra popolare per coro di sei voci e tre seggiole”, scritto e diretto da Giuseppe L. Bonifati. Il modulo (per la verità, ben lontano dall’espressività e dalle escissioni chirurgiche -una vera lobotomia del conformismo benpensante e dell’ipocrisia sociale siciliana, a beneficio della cruda verità- operate dalla drammaturgia teatrale di Emma Dante) si è orientato sull’ambiguità di genere, con tre lugubri prefiche impersonate da attori maschi, con voci bianche mature ed isteriche. I (le) tre vestiti di nero, con i visi tinti di biacca, trattati come pareti murarie di Paesi meridionali bruciati dal sole, sono stati affiancati da due giovani donne ed un prestante attore di colore, con il ruolo di rubacuori. Le esistenze delle due ragazze vengono tiranneggiate e dirette dalla prefica in capo, orfana della figlia morta giovane, con una sequenza -decisamente ridondante- di impacciati minuetti, grida a sorpresa, operati con tonalità rigorosamente sopra le righe. Allo spettacolo è venuto a mancare un vero filo conduttore, nella vana attesa di un messaggio chiaro ed incisivo sulla diversità culturale, che non fosse quella dialettale fin troppo “caricata”. Insomma, un po’ fuori tema.

Viceversa, sabato 18 settembre “Keur Senegal” di Lamine Dabo,  ha visto andare in scena quindici fantastici artisti senegalesi, tra danzatori, musicisti, ballerini acrobati e cantanti del gruppo Farafinaritmi, con il grande il ritorno sulla scena romana del percussionista Sena MBaye. “Keur” in wolof, la lingua nazionale in Senegal, vuol dire “casa”, mentre il canto “Keur Senegal” rappresenta l’occasione, per uomini e donne, maestri della loro arte, di riunirsi la sera, al chiaro di luna, per festeggiare e chiacchierare tra di loro, al suono degli strumenti musicali tradizionali. La forza e l’energia di suonatori e ballerini, unita a canti e recitativi di grande intensità, ha portato i misteri e il fascino dell’Africa al centro del palcoscenico, il cui spazio si è rivelato del tutto insufficiente a contenere i ritmi, le acrobazie, i fuori programma, i salti di scala, le dilatazioni delle percussioni fino allo sfinimento fisico di quei magnifici interpreti di se stessi. Gli artisti senegalesi hanno messo al centro della rappresentazione l’anima del loro popolo, con ballerine a dimensione “reale”, né “palestrate”, né patinate, come quelle dei “variety show” televisivi nostrani, sempre troppo “bambole” per essere vere.

Ed i percussionisti hanno dato dimostrazione pratica dei movimenti rapidi, catturati dai quadri futuristi di Balla e Boccioni: le mani agivano tanto velocemente sul cuoio dei tamburi da trascinarne la stessa materia fisica in una scia sequenziale di livelli cromatici e di tonalità, fino a confondere i sensi, per cadere nell’estasi di una danza giocata -in ogni direzione, secondo linee ora curve, ora rettilinee-  con incredibile potenza di braccia e gambe, in un crescendo senza fine di gestualità, espressività e fisicità. L’Africa pacifica ha mostrato le sue.. “gambe”, così robuste da portare lontano da qualunque forma inutile di violenza e di guerra, categorie che, in fondo, appartengono solo alla cultura occidentale e alla sua “famelicità” (umana ed economica), incarnata dallo schiavismo e dalla deportazione di intere popolazioni africane nel continente americano. Quando riusciremo a rimarginare quelle ferite?  La Giordano ci dà una speranza, non appartenendo né a lei né a noi la.. “certezza” di farcela! 

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Dialogare per la pace, torna la «Festad Africa»

pubblicato su il Manifesto del 8 settembre 2010
di Laura Landolfi

La nona edizione dal 15 al 18 settembre al Teatro Palladium
«Meglio la sagra della porchetta che una festa di africani». Quando nove anni fa Daniela Giordano, direttore artistico di Festad’Africa contattò la Regione Lazio questa fu la risposta che le venne data. Molte cose sono cambiate da allora e oggi il festival continua a non avere l’appoggio della Regione né – per la prima volta – quello della Provincia ma quello incondizionato del Comune sì. Così un orgoglioso Umberto Croppi annuncia il suo finanziamento di 30.000 euro al festival che rientra nell’Estate romana «un esempio di capacità di mettere insieme spettacolo e culture diverse grazie a una serie di relazioni consolidate con i paesi coinvolti», una sorta di operazione di «diplomazia internazionale» insomma. Ma il vero riconoscimento sono il premio di rappresentanza del presidente della Repubblica e un messaggio inviato dal presidente della Camera. Testimonianza che in questi anni il festival, in scena al teatro Palladium (piazza Bartolomeo Romano 8) dal 15 al 18 settembre grazie anche all’Università La Sapienza, è andato avanti nel suo percorso per creare un dialogo per la pace. «Anche se – sostiene il direttore artistico – questo è stato l’anno più difficile perché la crisi internazionale spesso viene usata come alibi quando bisogna finanziare progetti simili». Ma il comitato organizzativo della rassegna va avanti nonostante tutto «perché l’Africa è l’emblema della diversità, infatti non c’è un posto o un cibo uguale se la si attraversa da nord a sud». La storia di Festad’Africa è quella dell’evoluzione del linguaggio: «Gli africani erano indicati solo come vù cumprà così parlavamo di tolleranza perché i tempi non erano ancora pronti mentre oggi abbiamo fatto un passo avanti e parliamo di accoglienza». Il festival si apre il 15 con una tavola rotonda dedicata alla cittadinanza che ospita i due firmatari del disegno di legge per il diritto di cittadinanza Fabio Granata e Andrea Sarubbi, seguirà la proiezione del film-documentario di Camilla Ruggiero Fratelli d’Italia dedicato all’integrazione degli adolescenti immigrati. Tra gli spettacoli il 16 la compagnia tunisina L’Art des Deux Rives con Zirriat bliss , ovvero le serve di Jenet in chiave israelo-palestinese, per l’Italia la compagnia Divano Orientale Occidentale presenta Ammaliata (il 17). Il 18 quindici artisti senegalesi in Keur Senegal diretto da Lamine Dabo chiuderanno la rassegna mentre ogni pomeriggio incontri coordinati dalla stessa Giordano e da Alessandro Jedlowsky aiuteranno a far «circuitare le idee».

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LA SCELTA DEL TEMPO: quando la riflessione diviene necessità

Daniela Giordano e Laura Mazzi

Daniela Giordano e Laura Mazzi

LA SCELTA DEL TEMPO: quando la riflessione diventa necessità

Recensione a La scelta del tempo del 4 febbraio 2016 su CORRIERE DEL WEB.IT
E’ un progetto interessante, diretto e incisivo nella sua semplicità, questo “La scelta del tempo”, in scena al Teatro Le Sedie di Roma dal 28 al 31 Gennaio.
Scritto e diretto da Daniela Giordano (da un’idea di Guido Giordano), ha per protagonista la stessa autrice e Laura Mazzi, accompagnate dal ChorusFamiliae, composto da Silvia Castorina, Donatella Giordano, Guido Giordano, Gabriele Scognamiglio, Veronica Scognamiglio e Anna Giordano.
Il lavoro vuole essere una riflessione sulla guerra e le sue conseguenze, che, partendo dal generale, opera uno zoom sulle piccole realtà umane che sono vittime, quasi sempre passive, delle catastrofi generate dalle guerre. 
Il clima del conflitto è chiaramente evocato già dall’inizio: suoni di guerra, rumore di artiglieria e bombe, i fuochi di alcune fiaccole che indicano la strada al pubblico e lo accolgono in sala, trasportandolo in una realtà inquietante e sempre attuale.
E da qui si snoda il discorso drammaturgico di Daniela Giordano e l’interpretazione convincente delle due attrici, che racconteranno l’orrore con gli occhi di una infermiera, di una ricamatrice, di una donna che deve organizzare un pranzo per i parenti, di un giovane ragazzo chiamato alla guerra. 
Alcuni spunti concettuali sono veramente interessanti, e la Giordano dipinge il tutto con i colori di una scrittura che sa essere, allo stesso tempo, viva e colorata di morte; infatti è proprio il rapporto fra la quotidianità della vita e il dover subire una morte “imposta” il leitmotiv della messinscena. 
La chiusura, affidata alle parole di Nazim Hikmet, poeta emblema della libertà dell’essere umano, è allo stesso tempo la cristallizzazione di una speranza e un inno alla vita.
I quattro quadri sono intervallati dai cori dei canti tipici degli Alpini, quasi a voler riportare l’esperienza della guerra entro delle coordinate spazio – temporali ben definite, e a voler legare un filo, rosso di sangue e di dolore, come il rossetto dell’infermiera, che leghi e assommi tutti gli orrori della guerra in Italia.
Una buona serata di teatro politico, di teatronecessario, onesto e senza sbavature, con degli ottimi propositi di contenuto e senso, seguiti da un esito ancora più penetrante e definitivo.
 
 
G. M. 
#danielagiordano #lasceltadeltempo
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LA SCELTA DEL TEMPO. Questione di vita

Recensione la scelta del tempo di Annalisa Civitelli su La nouvelle Vague

Il peso delle circostanze, delle azioni istintive, di quelle non ragionate, follia. Il peso del tempo e il suo valore, i canti, la pace, le foglie, gli alberi, esseri umani, tutti diversi. Le scelte. Dipende tutto da noi. Sullo scorrere del tempo, per non perderci il necessario.

Uno spettacolo da portare in pancia, dalla quale entra l’essenza, si metabolizza, ci si ferma e si pondera. Al Teatro Le Sedie di Roma, zona Labaro, quattro giorni intensi, in cuiLa scelta del tempo, dal 28 al 31 gennaio riesce a catalizzare il pubblico. Una produzione CRTscenamadre con il contributo di Nuovo IMAIE, in collaborazione con Alcantara Teatro.

La scelta del tempo nasce da un’idea di Guido Giordano, per la regia di Daniela Giordano. Vede in scena la stessa affiancata da Laura Mazzi. Di sottofondo un coro alpino, ilChorus Familiae, formato da Silvia Castorina, Donatella Giordano, Guido Giordano, Gabriele Scognamiglio, Veronica Scognamiglio e Anna Giordano.

La scelta del tempoBuio. Con il buio si crea la dimensione voluta. Rumori, bombardamenti, mitraglie. L’entrata a teatro è inquietante, un trepido ci angoscia. Ma le torce illuminano quel poco che basta, si prende posto e ci si tranquillizza.

Buio. Daniela Giordano appoggiata alla parete, con la torcia si illumina dal basso. Solo il volto in evidenza. Prende possesso della sua voce. Monologo. Pensieri liquidi invadono lo spazio. Noi non facciamo altro che seguirla dentro la poetica che avvolge.

Frasi. Luce e ombre. Interstizi, natura, alberi come persone, con le loro diversità. Li riconosce perché ne conosce i nomi. Ci vuole destrezza. Ogni nome una forma. Paragoni, metafore che ci avvicinano ai tronchi e alle chiome.

Poesia, luoghi, boschi. Note di pianoforte si aggiungono all’atmosfera. Sentirsi parte del tutto. Tutto in uno, fondersi. L’ascolto è importante. I canti degli alpini si intervallano, la fisarmonica a bocca è suono delicato. Quadri. Fotografie in bianco e nero proiettate su chi canta.

Si parla della guerra. Fatti storici, sensazioni, freddo, uomini allineati. Madri, figli, bambini, pargoli, studenti, soldati, assassini. Panni stesi e insanguinati su una carrucola a due fili. Le rime sono un’eco. Due voci si intersecano. Rumore, musica. Immagini, istantanee di dolore.

Scene. C’è chi interpreta un’infermiera, Laura Mazzi, e c’è chi prende la parte di una ricamatrice, Daniela Giordano. La guerra è banale. La sigaretta è una carezza nostalgica su un amore raggiunto per essergli vicino. Una pausa per ricordare i nomi dei morti e dei feriti.

Le pezze sono invece decorate. Ricerca. I nomi dei punti da ricamo, infinitesimali, si infilano nella memoria. Tutti differenti come le sfilature. Lavoro manuale e a macchina. Tempo. Ci vuole tempo e la sua valorizzazione. Il punto è passione, storia che si tramanda. Tutto dipende da noi.

Il desiderio di un pranzo per riunire la famiglia. Una tovaglia per 25 persone, ma non si hanno le idee chiare. Le diatribe familiari complicano. Frenano l’impulso. Non si vuole trovare un compromesso, una tregua. Meglio. Non si combatte, non si lotta. La pace dentro è più importante.

Questione di controtempo. Ragionamenti sulla guerra e sulla pace. Liberarsi dalla semplice irragionevolezza, per seguire l’istinto. Follia. Non si cerca il confronto per aggiustare. Ci si immobilizza. Privazione.

La sensazione è quella di esser presi per mano. Guerra antica, guerre di oggi. I percorsi della vita, quasi, sono ciò che al pubblico viene proposto. Sui rapporti umani. Una presa di coscienza del fare, creando le giuste circostanze. Perché tali ci rendono migliori.

La guerra è banale, basterebbe soffermarsi. Ascoltarsi, dialogare. Tutto dipende da noi. Il coraggio è amare la vita. Sulla poetica di Hikmet si conclude un immaginario da vedere, da ascoltare. Intimo e riflessivo. Alla vita.

La pace quale significato assume?

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La vita non è uno scherzo. Ce lo racconta LA SCELTA DEL TEMPO

Recensione allo spettacolo la scelta del tempo su Momento Sera

E’ un lavoro inedito quello che fino al 31 gennaio è in scena al Teatro Le Sedie di Roma. Un lavoro delicato, intimo, doloroso ma che dà speranza, che si interroga, che scava, che pone quesiti sulla responsabilità che ogni essere umano ha nei confronti della guerra, della pace, della vita e della morte.
Daniela Giordano sul palco dell’unico teatro del quartiere Labaro di Roma, accompagnata da un altrettanto intensa Laura Mazzi interpreta e dirige La scelta del tempo da un’idea di Guido Giordano.  Il pubblico non ha scampo. Entra a teatro in un clima di guerra. Al buio, viene inviato ad accomodarsi, due torce gli indicano il passaggio e intanto rumori di bombe, di crolli, di arme da fuoco risuonano per tutto il teatro. Si è in guerra, una guerra non così tanto lontana da noi. In un’ora di spettacolo, al buio, con pochissimi effetti scenici, la Giordano che dirige con eleganza il lavoro, accompagna la sala gremita di gente, nei momenti che precedono e seguono un conflitto. In scena due donne e non solo. Nell’interpretazione magistrale delle due attrici, ci sono  tante mogli, madri e altrettante figlie che offrono un punto di vista diverso relativo ai conflitti. Dapprima due monologhi catalizzano l’attenzione del pubblico, intervallati dai canti alpini del  Chorus Familiae,  poi un dialogo tra due donne che ben spiega al pubblico quanto tutto non sia un caso, quanto tutto “dipenda da noi”.
Quattro quadri, dunque, che raccontano storie di donne che hanno perso compagni e figli in conflitti che forse potevano essere fermati. L’importanza del tempo sottolineata anche dalla presenza di tre generazioni, lì sul palco a cantare il dolore degli Alpini. Insolito e ben equilibrate, infatti, sono le esibizioni del Chorus Familiae composto da Silvia Castorina, Donatella Giordano, Guido Giordano, Gabriele Scognamiglio, Veronica Scognamiglio, Anna Giordano.

Un lavoro che catalizza l’attenzione, quadri diversi che hanno un filo conduttore: la guerra e il suo orrore. E questo orrore lo troviamo nel monologo dell’infermiera dalla labbra rosso ciliegia, unico colore in quel mondo grigio; lo troviamo nelle rime di un dialogo tra donne, intente a stendere i panni di un bambino, poi di un fanciullo che sarà soldato e infine assassino. Tutine, maglie, calzoni stesi, prima candidi poi sporchi di sangue. L’orrore colpisce il ventre di ogni spettatore, ma non si può fare a meno di ascoltare.
Chiude il delicato lavoro la poesia di Hikmet “La vita non è uno scherzo”. Un messaggio che emoziona, che invita a prendere  sul serio questo dono che abbiamo, perché in fondo non possiamo fare che vivere.

A.V.

Daniela Giordano e Laura Mazzi

Daniela Giordano e Laura Mazzi

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DI CHI E’ LA TERRA? BALLATA PER CHICCO DI GRANO, PANNOCCHIA E SACCHETTO

 Roma 15 maggio ore 20.30
Anche il cibo è cultura, scambio, educazione.

Festad’Africa Festival 2015, realizza il suo primo evento sul cibo in collaborazione con Bibliothè.

LOCANDINA 15 MAGGIO 2015

DI CHI E’ LA TERRA?

BALLATA PER CHICCO DI GRANO, PANNOCCHIA E SACCHETTO

Con

DANIELA GIORDANO,

DANILA MASSIMI,

MICHELE CITONI

La Ballata rap Di chi è la Terra?, è il filo conduttore della storia, nella quale si affacciano i personaggi, alimenti e cose, che presentano le loro problematiche. Appropriazione delle terre, perdita di identità dei cibi, perdita di diritti delle popolazioni che abitano le terre diventate grandi piantagioni di cereali per biomassa e biocarburanti, impoverimento, fame. Tutti rispondono alla domanda: di chi è la terra? Di chi la abita o di chi la governa?

Ne parlano: Chicco di grano, Pannocchia e Sacchetto.

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A Milano si è inaugurata in questi giorni EXPO che dedica al cibo la tematica guida. Non tutto ciò che pensiamo cibo, viene coltivato per soddisfare i bisogni alimentari del pianeta. Grani e cereali sono diventati flex crops, vale a dire flessibili all’utilizzo per fini diversi da quello alimentare. La green economy necessita di grandi aree per coltivare cereali e vegetali destinati a biocarburanti e bioplastiche, generando un fenomeno chiamato land grabbing, accaparramento delle terre, che nega i diritti di sopravvivenza e di utilizzo alle popolazioni che ci vivono da sempre. L’Africa è uno dei continenti maggiormente coinvolti dal fenomeno del land grabbing. Impariamo in modo creativo: sapere ci permette di agire facendo la differenza.

CRTscenamadre/FESTAD’AFRICAFESTIVAL

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Orpheus a Trieste

dal 15 al 18 gennaio 2015
Politeama Rossetti, Sala Bartoli

LOCANDINA ORPHEUS 2015

Di: Daniela Giordano
Costumi: Patrizia Pitzalis
Luci: Giuseppe Falcone
Musiche: composte ed eseguite da Ismaila Mbaye e Djibril Gningue
Regia: Daniela Giordano
Produzione: CRT Scenamadre – Festa d’Africa Festival
Interpreti: Daniela Giordano e Ismaila Mbaye e Djibril Gningue
Danza: Jean Ndiaye
Coreografia: Lamine Dabo
Repliche: 4

È stato già applaudito in Algeria, Egitto e Marocco oltre che in Italia, l’Orpheus scritto, diretto e interpretato da Daniela Giordano, ma espresso attraverso una seducente molteplicità di linguaggi e declinato sui temi della multiculturalità. Sulla scena infatti saranno fondamentali i contributi di Jean Ndiaye per la danza e dei musicisti Ismaila Mbaye e Djibril Gningue, che vedremo anche in Finis Terrae. Attrice teatrale, televisiva e cinematografica e regista, membro e docente dell’International Theatre Istitute – UNESCO, Daniela Giordano non è nuova a questo tipo di contaminazioni e si interessa molto di interculturalità: è ideatrice e direttrice artistica della “Festa d’Africa – Festival Internazionale delle Culture dell’Africa Contemporanea” che si tiene a Roma. In Orpheus parte dal mito classico dove il protagonista cerca la sua Euridice, donna amata e perduta, forse morta: con la potenza della sua musica e dei sentimenti egli la seguirà fino agli inferi. Un viaggio che qui diviene percorso iniziatico, guidato dall’Amore: un modo per conoscere sé stesso. Un viaggio che sulla scena – in una sublime sintesi di codici diversi – prende le forme di una riflessione sul contemporaneo e sulle spinte multietniche che hanno trasformato la nostra società. Lo spettacolo unisce e utilizza differenti codici culturali prendendoli a prestito dall’Europa e dall’Africa, dalla poesia e dal teatro, dalla musica e dalla danza, cercando una koinée che unisca invece di creare barriere di comunicazione e sottolineando le convergenze che mettono in evidenza l’interdipendenza tra le culture, anche quelle apparentemente più lontane.

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BUONI A NULLA al IX FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI ROMA

Manifesto IX Festival Internazionale di Cinema di Roma

Manifesto IX Festival Internazionale di Cinema di Roma

da ” Il velino.it”

http://www.ilvelino.it/it/article/2014/09/29/rai-cinema-al-festival-del-film-di-roma-con-11-opere/7ef732b9-5408-407a-8c69-d6be178e7174/

Alla IX edizione del Festival Internazionale del Film di Roma Rai Cinema partecipa con sette film (di cui due in Alice nella città) e quattro documentari. Dal nuovo film di Gianni Di Gregorio “Buoni a nulla”, a “La foresta di ghiaccio” di Claudio Noce, a “Mio papà” di Giulio Base, un film che tratta il tema della paternità con un punto di vista attuale e inedito, a “Last Summer” l’opera prima di Leonardo Guerra Seràgnoli con un cast internazionale. Come sempre Rai Cinema rivolge grande attenzione al documentario e ai linguaggi innovativi proposti dal cinema del reale. Ecco in particolare i titoli che Rai Cinema ha contribuito a realizzare: LA FORESTA DI GHIACCIO di Claudio Noce (Cinema d’Oggi); I MILIONARI di Alessandro Piva (Cinema d’Oggi); BUONI A NULLA di Gianni Di Gregorio (Gala); LAST SUMMER di Leonardo Guerra Seràgnoli (Prospettive Italia); IO ARLECCHINO di Giorgio Pasotti e Matteo Bini (Wired Next Cinema); MIO PAPA’ di Giulio Base (Alice nella città – Fuori Concorso); LO STRAORDINARIO VIAGGIO DI T. S. SPIVET 3D di Jean Pierre Jeunet (Alice nella città – Fuori Concorso) di cui Rai Cinema ha acquisito i diritto per l’Italia insieme a IIF. I documentari: DUE VOLTE DELTA di Elisabetta Sgarbi (Prospettive Italia); LARGO BARACCHE di Gaetano Di Vaio (Prospettive Italia); LOOKING FOR KADIJA di Francesco G. Raganato (Prospettive Italia); VIAGGIO NELL’ANIMO DEI FIGLI DELLA SHOAH di Beppe Tufarulo (Eventi).

Manifesto IX Festival Internazionale di Cinema di Roma

Manifesto IX Festival Internazionale di Cinema di Roma

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BUONI A NULLA di Gianni DI Gregorio- Trailer ufficiale

trailer ufficiale BUONI A NULLA di Gianni Di Gregorio

Trailer Ufficiale del film Buoni a nulla diretto da Gianni Di Gregorio com Gianni Di Gregorio, Marco Marzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano

Quante ingiustizie deve ancora subire il povero Gianni? Dai colleghi d’ufficio, alla vicina di casa pestilenziale, fino alle pretese impossibili della ex moglie, le angherie quotidiane sono infinite. Marco invece é un uomo buono, gentile, indifeso. Innamorato di Cinzia la giovane collega che lo schiavizza e lo illude. Bisognerebbe arrabbiarsi e imparare a farsi rispettare, ma come si fa? Da soli è difficile ma forse unendo le forze…

DATA USCITA: 23 ottobre 2014
ANNO: 2014
REGIA: Gianni Di Gregorio
SCENEGGIATURA: Giovanni Di Gregorio
ATTORI: Gianni Di Gregorio, Marco Marzocca, Valentina Lodovini, Daniela Giordano, Gianfelice Imparato, Marco Messeri, Camilla Filippi, Anna Bonaiuto
DISTRIBUZIONE: BIM
PAESE: Italia

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