Daniela Giordano canta le canzoni di Italo Calvino

Daniela Giordano canta Calvino Cantacronache

Teatro Le Sedie, Roma

Le illusione perdute

di Dino Villatico

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Daniela Giordano canta Calvino

Locandina Calvino Cantacronache

“In ogni musica vocale c’è un “io” di uno scrittore che si affianca all’“io” di un musicista”, scrive Luciano Berio. Dopo l’esperienza del mimo Allez Hop, due le canzoni, Ora mi alzo, l’Autostrada, in puro stile jazz, splendidamente interpretate da Cathy Berberian, nel 1958, Berio e Calvino collaborano in due veri e propri melodrammi o azioni musicali, come preferivano dire: La vera storia, le due possibili facce del Trovatore, e Un re in ascolto, sorta di Prospero teatrale che registra il fallimento di ogni illusione di rapporto tra la vita e il teatro, ci si sente l’ambigua riflessione della Tempesta di Shakespeare, melodrammi che non sono melodrammi, e forse nemmeno azioni musicali, nemmeno azioni, tout-court, perché niente è più possibile oggi che sia ciò che dichiara di essere. Vidi la creazione dello spettacolo Un re in ascolto a Salisburgo nel 1984, con la regia di Götz Friedrich, diretto da Lorin Maazel, e una sua ripresa a Londra nel 1989, con una splendida messa in scena di Graham Vick, certamente più viva e più interessante della messa in scena salisburghese. La derivazione shakespeariana messa in risalto. Berio era molto contento della collaborazione con Calvino: “Gli sono grato per la sua opera che è, in effetti, una delle più musicali nella letteratura di questo secolo, anche in virtù di quella moltitudine, di quella polifonia di livelli espressivi che lui aveva difficoltà a percepire nell’esperienza musicale”. Ma il rapporto di Calvino con la musica e in particolare con la canzone nasce prima, e con tutti altri intenti. nasce con il Cantacronache. Un’esperienza che fu ispirata dall’Opera da tre soldi di Brecht e Weil, messa in scena da Strehler al Piccolo di Milano, nel 1957, e che si avviò da prima nei salotti intellettuali di Torino, s’inserì nelle Feste dell’Unità di mezza Italia, e impostò un nuovo rapporto tra musica e parola, mettendo in primo piano la chiarezza quasi didattica dei testi e la immediata efficacia delle melodie. Il rapporto con la realtà sociale e politica del momento era assai stretto ma non era banalmente programmatico o ideologico.

Bastavano le storie a raccontare il presente. Il gruppo era formato da Sergio Liberovici e Michele L. Straniero, i fondatori, cui si aggiunsero subito Fausto Amodei e Margot, figlia di Carlo Galante Garrone e moglie di Liberovici. Si associarono, per i testi, Gianni Rodari, Giorgio De Maria, Emilio Jona, Italo Calvino, Umberto Eco. Non ebbero, naturalmente, ciò che si dice un successo popolare, ma furono il modello di molta canzone d’autore successiva, soprattutto genovese. De Andrè addirittura si richiama nella Guerra di Piero a Dove vola l’avvoltoio di Calvino e Liberovici. La sfida alla canzone di Sanremo era, come si poteva prevedere, perdente. E tuttavia fino a un certo punto. Anche Sanremo stava cambiando. Sarebbero venuti Domenico Modugno, Luigi Tenco. Cambiava anche l’Italia. Ma nella direzione che speravano Calvino, Berio, Liberoci, Umaberto Eco? Ma poi c’è anche l’esperienza della canzone parigina. In parte ne fece esperienza anche il pubblico televisivo: Gilbert Bécau, Charles Trenet, Juliette Gréco. Una canzone di Jacques Brel diventa addirittura un tormentone anche in Italia: Ne me quitte pas. Parigi è, del resto, un richiamo continuo anche per Calvino, che vi si stabilisce per molti anni, prima di ritornare a Roma, poco lontano dal Pantheon.

Daniela Giordano canta Calvino

È questa esperienza che Daniela Giordano ha voluto restituirci, in una indimenticabile serata al Teatro Le Sedie di Labaro, un sobborgo di Roma. Manuela Pasqui al pianoforte e con la partecipazione di Enrico Capuano e Giovanni Palombo, alle chitarre. La stessa Daniela Giordano, anche lei, con la sua chitarra. Ma Daniela Giordano è attrice, e dunque il suo canto si fa subito teatro. Tanto più che le canzoni di Calvino raccontano quasi sempre una storia o hanno andamento di ballata, oppure di filastrocca. Una canzone è diventata famosa: Dove vola l’avvoltoio. Magari molti nemmeno sanno che i versi – bellissimi – sono di Calvino, e la musica, raffinatissima proprio per il suo andamento di canto popolare, di Sergio Liberovici. Ma non poteva mancare anche il modello francese, ed ecco una bellissima canzone di Brassens. E tuttavia ce n’è una di canzone che sembra una premonizione del deserto attuale. Oltre il ponte. La terza quartina recita:
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita,
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Queste parole allora sembravano di speranza. Ma in quegli anni Calvino stava anche scrivendo I nostri antenati. Il cavaliere inesistente, il visconte dimezzato e Cosimo di Rondeau sono tre aspetti del disincanto, dell’inafferrabilità del reale, dell’illusorietà delle speranze. Non esserci, vivere spaccati in due, e rifugiarsi sugli alberi, non salva dall’orrore del presente e, peggio, dalla catastrofe del futuro. “Ora io non so che cosa ci porterà questo secolo decimonono, cominciato male e che continua sempre peggio,” scrive il fratello di Cosimo nell’ultimo capitolo del romanzo. Come volesse confermare, attraverso la propria esperienza, la verità di Aristotele che definisce la speranza un’illusione proiettata nel futuro. Ma sempre un’illusione, comunque. Ecco, Daniela Giordano ci recitava la passione di questa illusione. Vera solo nel momento in cui ci s’illude, e a ricordarla, dopo, si è colti non tanto dal rimpianto – come si può rimpiangere qualcosa che non esisteva? – quanto dall’amarezza di constatarne appunto l’illusorietà. Era un’altra Italia, viene da pensare. Questa di oggi non le somiglia, anzi è forse addirittura un altro paese. Ma era davvero così impossibile, ci si chiede, che un’altra Italia, da questa delle disuguaglianze, delle ingiustizie, delle furbizie a poco prezzo, dei revanscismi, dei rigurgiti fascisti, potesse prendere forma, realizzarsi? Davvero solo una speranza e dunque un’attesa illusoria di ciò che è irrealizzabile? Davvero la vita è sempre “oltre il ponte”?
L’attesa, in quest’oggi così turbolento, sembra, come scrive il fratello di Cosimo, l’attesa del peggio. Due guerre alle porte e altre trenta negli altri angoli del mondo. E nessuna con l’idea di finire se non con l’estinzione del nemico. E all’interno di ogni popolo lacerazioni tra una classe e l’altra, tra un individuo e l’altro, anzi ciascun individuo un io diviso. vedere riconosciuto un diritto sembra, anzi è giudicato un’utopia. La classe operaia non solo non va in paradiso, ma resta dove è stata sempre: all’inferno. E con la voglia, sembra, di restarci, visto il gradimento delle destre estreme proprio tra chi un tempo apparteneva alla classe operaia. Il bravo borghese progressista si chiede come mai, che fanno questi sciagurati. E li depreca. Non si chiede però che cosa abbia fatto il bravo borghese progressista, prima, per conquistarsi la fiducia degli ultimi. Ha giocato d’astuzia con i poteri: finanziari, politici, militari. Immaginava, chi sa, di asservirli alla causa degli esclusi. Invece è stato asservito – conquistato, corrotto, convertito – lui, il bravo borghese progressista. E adesso che ci provi a ricomporre le uova che si sono rotte. Ma dove? ma come? Tutto il bene del mondo oltre il ponte. Moriremo, e il bene resterà sempre oltre il ponte. Aveva ragione Balzac: le illusioni si perdono, altrimenti non sarebbero illusioni.
Nota in margine: era una serata unica. Chi ha ascoltato ha ascoltato. Gli altri, al massimo, possono leggere un recoconto, come questo. Speriamo, tuttavia, e sperando che non sia l’illusione di Aristotele, che Daniela Giordano ci possa offrire molte altre serate come questa.
Labaro, Roma, Teatro Le Sedie, Calvino Cantacronache, Daniela Giordano. 8 dicembre 2023
Dino Villatico – 10/12/2023

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